I vescovi di Bukavu

Munzihirwa assassinato, Kataliko esiliato, Mbogha colpito da ictus il giorno del suo insediamento. La vicenda degli ultimi tre pastori dell’arcidiocesi di Bukavu

C’è un luogo a Bukavu carico di memoria. Si trova nel piazzale antistante la Cattedrale, ma un poco di lato, discreto. Lì, una accanto all’altra, sono affiancate le tombe degli ultimi tre arcivescovi di Bukavu. Luogo di pellegrinaggio silenzioso e continuo dei fedeli della città. «Credo che non ci sia altra diocesi in Africa e forse al mondo dove in dodici anni si siano succeduti quattro vescovi», fa notare don Justin Nkunzi, responsabile della Commissione giustizia e pace di Bukavu, accennando al tributo che l’arcidiocesi ha dovuto pagare alla guerra. In effetti i predecessori dell’attuale arcivescovo hanno avuto una storia davvero singolare, che val la pena di raccontare, almeno per cenni.
Nell’ottobre del 1996 la tensione era alle stelle, spiega padre Sebastiano Amato, allora economo della diocesi di Bukavu. Monsignor Christophe Munzihirwa cercava in tutti i modi di placare gli animi, tranquillizzare, mettere in salvo persone minacciate. Oltre a denunciare pubblicamente la trama che stava precipitando il Congo in una guerra che si annunciava sanguinosa. C’erano stati bombardamenti a tappeto quel giorno, proseguiti nella notte. E nonostante questo, monsignore non si era fermato. Tra le altre cose, era riuscito a mettere in salvo delle suore tutsi, che l’eccitazione degli animi aveva messo in pericolo. La mattina del 29 ottobre i ruandesi avevano preso Bukavu. Monsignor Munzihirwa era al solito per strada, a confortare i suoi. La sua auto venne fermata a un posto di blocco e lui scese, crocifisso in mano. I soldati indugiavano. Testimoni oculari riferiscono che qualcuno di loro parlava in una ricetrasmittente, come a chiedere istruzioni. Poi il vescovo venne fatto accostare a un cancello, e, dopo che gli fu intimato di inginocchiarsi, lo uccisero con un colpo in testa. C’è ancora quel cancello, a un angolo di quella piazza che adesso è stata ribattezzata piazza Munzihirwa, con una bella foto di monsignore che sorride contento.
A maggio del ’97, a ricoprire la carica di arcivescovo di Bukavu è chiamato Emmanuel Kataliko. Vi giunge che la guerra ruggisce. Grida forte, monsignore, per cercare di superare il rumore delle armi, per far giungere al mondo notizie sulle atrocità che stanno consumando il suo popolo. In particolare le sue lettere sono puntuali accuse ai potenti della terra, richieste di aiuto, esortazioni ai suoi a pregare Gesù, a confidare in Lui. Uno dei temi costanti dei suoi scritti è la denuncia dell’uso ideologico del genocidio ruandese, utilizzato per giustificare quanto si andava perpetrando in Congo. Così in una lettera indirizzata all’episcopato degli Stati Unti, scritta alla vigilia di Natale del 1998: «Il regime di Kigali capitalizza senza sosta sul genocidio [ruandese, ndr] ricordando continuamente agli occidentali la loro apatia e il loro non intervento in quell’avvenimento». E ancora: «Ci domandiamo: solo i vincitori possono reclamare per sé stessi la qualifica di vittime di genocidio? O anche i vinti possono avere il diritto di ricorrere contro queste violazioni? Dobbiamo attendere che il massacro sia finito perché si parli di genocidio? Ma dal momento che il genocidio dei tutsi è considerato come il solo veramente importante, tra noi bisognerà almeno stabilire oggettivamente le responsabilità dirette e indirette, interne ed estere prima di appoggiare il gruppo che rivendica l’esclusività del genocidio. Bisogna ricordare che quello è stato il genocidio dei ruandesi, hutu e tutsi. In generale la comunità internazionale dovrebbe poter evitare che il genocidio, che si vende così bene oggi, non sia talvolta pianificato o tollerato in vista di un profitto». E, in altra parte, lamenta la sordità della comunità internazionale: «Il mondo si tura le orecchie perché un’ideologia più grande è stata messa in circolazione, di fronte alla quale tutto il resto è relativo. Il genocidio divenuto “ideologico” funziona allora come un assegno in bianco che l’attuale amministrazione degli Stati Uniti ha rilasciato a Ruanda e Uganda per fare tutto quel che vogliono a tutte le comunità dei dintorni in totale impunità».
Accuse circostanziate quelle del presule, che, più volte, chiede sia fatta chiarezza su quanto successo veramente in Ruanda, ricordando, tra l’altro, come furono gli Stati Uniti a influenzare la risoluzione del 27 aprile 1994 che, in pratica, mise fine alla missione Onu, lasciando ai macellai hutu piena libertà di azione. E, nell’ottobre del ’99, sempre riguardo alle reali responsabilità dell’eccidio ruandese, scrive: «Nessuno può giustificare il genocidio che ha avuto luogo in Ruanda nel 1994. Ancora adesso i veri responsabili non sono stati individuati. Nessuno vuol dire chi ha innescato il detonatore: chi ha ucciso Habyarimana [il presidente ruandese assassinato il 6 aprile del 1994, ndr]».

A tal proposito, e qui passiamo dalle lettere di Kataliko ai tribunali penali, recentemente per questo attentato la magistratura francese ha arrestato Rose Kabuye, una stretta collaboratrice del presidente ruandese Paul Kagame.
Altro tema costante, nelle denunce di Kataliko, gli interessi stranieri dietro la guerra, in particolare quelli statunitensi. E la spoliazione delle ricchezze naturali a beneficio delle multinazionali. Alla vigilia di Natale del 1999, scrive: «Poteri stranieri, con la collaborazione di alcuni fratelli congolesi, organizzano delle guerre con le risorse del nostro Paese. Queste risorse, che dovrebbero essere utilizzate per il nostro sviluppo, per l’educazione dei nostri figli, per curare i nostri malati, in breve, perché noi possiamo vivere in modo più umano, vengono usate per ucciderci».
Sempre più allarmato per le uccisioni di uomini di Chiesa, nel maggio ’99 scrive che ormai la Chiesa è diventata un «bersaglio», e che nel Paese si sta dispiegando una «strategia che mira a distruggere tutto quello che il popolo considera sacro». Una constatazione che ritorna nella sua lettera più drammatica, quella scritta alla vigilia del Natale del ’99: «La nostra Chiesa non è stata risparmiata. Numerose parrocchie, presbitèri, conventi sono stati saccheggiati. Preti, religiosi e religiose sono colpiti, torturati e uccisi perché denunciano l’ingiustizia flagrante in cui versa il nostro popolo, condannano la guerra e promuovono la riconciliazione, il perdono e la non violenza». E ancora, verso la conclusione: «Noi ci impegniamo con coraggio, con spirito fermo, fede salda, a essere vicini a tutti gli oppressi, e se sarà necessario, fino al sangue […] Il Vangelo ci porti a rifiutare la via delle armi e della violenza per uscire dai conflitti. È a prezzo delle nostre sofferenze e delle nostre preghiere che noi condurremo la battaglia della libertà e porteremo anche i nostri oppressori alla ragione e alla libertà interiore». Una testimonianza di fede inequivoca quanto commovente. Che, nelle mani dei professionisti della manipolazione, diventa tutt’altro: monsignor Kataliko è accusato di fomentare l’odio e istigare a un nuovo genocidio. Per questo, le autorità dell’Rcd lo dichiarano persona non grata. Il 12 febbraio del 2000 il vescovo prende la via dell’esilio. Per la diocesi è un colpo durissimo. I sacerdoti, locali e missionari, ogni settimana si riuniscono, lanciano appelli per denunciare le violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese e per chiedere il ritorno del loro pastore. Anche dall’estero, in particolare dal Vaticano, giungono appelli in favore di Kataliko, il quale, spiega il saveriano Franco Bordignon, anche in esilio (a Butembo, nel nord-est del Congo), è costretto a cambiare casa ogni giorno, per ragioni di sicurezza. È il 14 settembre quando finalmente il presule può tornare alla sua diocesi. Padre Gianni Brentegani, superiore dei saveriani di Bukavu, ricorda bene quel giorno: la notizia che vola di bocca in bocca, le campane a distesa, la gioia incontenibile dei fedeli. «Purtroppo è stato per poco», prosegue il saveriano «solo qualche giorno, poi il Signore ce l’ha tolto di nuovo». Sospira, nel dire che è proprio vero, che le vie del Signore non sono le nostre. Kataliko pochi giorni dopo è chiamato a Rocca di Papa, presso Roma, a partecipare a un Sinodo per l’Africa. Il 4 ottobre ha un infarto e muore.
Difficile incontrare qualcuno a Bukavu che, in cuor suo, non pensi che monsignore sia stato avvelenato. Ma, ovviamente, siamo nel campo delle illazioni senza fondamento. Resta, sicuramente, che le traversie e il lungo esilio non hanno certo fatto bene al cuore del presule. Così è difficile dar torto ai tanti, più o meno tutti i fedeli della diocesi, che lo accomunano, nel martirio, a monsignor Munzihirwa.
Analoga comunanza viene attribuita a monsignor Charles Mbogha Kambale, che nel marzo del 2001 viene chiamato a succedere a Kataliko. Per una qualche oscura cabala del destino, il giorno del suo ingresso nella diocesi di Bukavu, il presule viene colto da ictus. Una malattia che lo tiene lontano dai suoi fedeli praticamente fino alla morte, avvenuta nell’ottobre del 2005.
Storie che raccontano di un destino cattivo, secondo l’ottica del mondo; di una predilezione particolare, secondo i disegni di Dio che, come dice padre Brentegani, non sono i nostri.

Davide Malacaria

Fonte 30giorni

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