Musungu un anno dopo. Diario di viaggio 1ª parte

Atterrare in Rwanda? Ma…forse non è il caso. E poi non è che lì amano proprio i giornalisti…

Comunque ormai è fatta. Il comandante del volo Etiopia 811 per kigali via Entebbe (ricorda niente?!!) ha appena chiamato in aramaico e poi in un inglese incapibile (come il francese che a fatica usano) il suo equipaggio per il decollo.

Sono le 11 e qualche minuto quando il 737, un pò vecchiotto a giudicare dall’usura dei seggiolini, rulla sulla pista. E’ la terza tappa del viaggio, dopo il Milano/Parigi ed il Parigi/Addis Ababa, per Bukavu dove si arriverà solo domenica perchè i ruandesi sono riusciti a far partire il volo per Bukavu 5 minuti prima dell’arrivo del volo da Entebbe!!!

Neanche il tempo di far prendere quota all’aereo che, in una posizione incredibile per chi mi conosce, dopo appena dieci minuti, riesco a crollare nel sonno.

L’orario? Ma, più o meno le undici, che però poco dopo tornano ad essere le 10 e poi ancora le 11 perchè tra Etiopia, Uganda, Rwanda e RdC il fuso è di solo un’ora quindi, è un continuo cambiare lancette.

Così decollati alle 11,dopo tre ore e mezza di volo con panorama su un deserto che dall’aereo sembra non finire più e, ad uno “scalino” da Entebbe, si atterra alle 13.30.

La scritta Kigali international Airport campeggia sulla piccola aereostazione.

Niente pullman o bracci meccanici. Si scende e a piedi si raggiungono la dogana, l’ufficio visa, i bagagli e finalmente l’uscita.

Il timore sembra svanire grazie alla gentilezza del personale: militari, doganieri, incaricati del Ministero del turismo che si avvicinano subito per chiedere se hai qualche necessità ecc. ecc. insomma, molto meglio che a Linate!

Finalmente la megavaligia (32 kg che tra Easyjet -dei veri LADRI- e Ethiopian sono costati una cifra spropositata ed il richiamo non proprio gentile ad un rosario infinito di Santi e Madonne) arriva sul nastro trasportatore!
Zaino (11 kg) in spalla, bagaglio a mano (15 kg su braccio sinistro) e valigione (trainato dal braccio destro). Mi volto leggero e passo una delle tante forche elettroniche che, per fortuna, questa volta non devono segnalare nulla! (ad Addis Ababa sono riusciti a sequestrarmi due accendini…ma ne avevo 6!).

Jd, l’Abbè Jd, l’Amico Jd è là! Tutti i pensieri svaniscono per lasciare spazio, tanto, alla contentezza, troppa, che si può provare nel rivedere un Amico! Gli abbracci e le tipiche “testate” congolesi (tre: destra, sinistra e centro!) mi comunicano, in un’unica lingua, di essere atterrato davvero, e solo in quell’istante, in una realtà mai dimenticata.

Racconti, novità e saluti si rincorrono, si intrecciano, si accavallano in quella stessa contentezza. Se mi chiedessero come era l’esterno del Kigali international Airport non lo saprei raccontare tanto l’attenzione era sulle parole di Jd.

Dopo un paio di chilometri vedo una città che non avrebbe nulla, o quasi, da invidiare ad un nostro ricco capoluogo: palazzi, traffico (le solite migliaia di mototaxi, questo si), semafori, luci.

Solo un particolare mi riporta in mente i timori: l’onnipresenza dei militari! In mimetica, mitra a tracolla, lo sguardo, seppur nascosto, è reso più truce da occhiali neri su un viso della stessa tonalità.

Il tassista, probabilmente sacramentando in …..rwandese, scarica le valige alla Procura della città.

Grande: 46 camere (il costo delle quali, nel caso delle più care, a fatica raggiunge i 18 $), uno spazioso refettorio (dove si pranza e cena -ma non il sabato e la domenica- con poco più di 3 $ a testa), un enorme spaccio (o un piccolo supermercato se preferite) dove si può anche mangiare qualcosa a qualsiasi ora del giorno; forex change!

Ortolano, giornalaio, ufficio viaggi e passaporti. Pulitissimo (anche se doccia e servizi sono in comune per quasi tutte le camere e solo nelle “suite” ci si può abbandonare allo scroscio ben organizzato dell’acqua sull’intero corpo).

Breve ma necessaria doccia e poi via a …passeggiare per Kigali! Fa strano, soprattutto per chi è stato a Bukavu e ci sta per tornare, poter passeggiare così liberamente anche se sotto l’occhio più che vigile di un intero esercito.

“Niente foto, è pericoloso” con queste poche parole Jd tenta di riportarmi ai timori non ancora del tutto sopiti. Niente foto ma la sede della Caritas è troppo invitante e non si può non scattare, soprattutto perchè consente di rispondere alla domanda: ma i nostri soldi dove finiscono?

Ebbene si, finiscono anche lì, in bellissime sedi. E questo non vale solo per la Caritas!

Dopo aver scattato un paio di foto “di frodo” cerchiamo il forex change perché con i dollari in Rwanda non ci si fa nulla (al contrario che nel Congo) e allora…via al cambio di dollari in franchi rwandesi.

A quale tasso? Non l’ho ancora capito ma 1000 franchi dovrebbero corrispondere più o meno a un dollaro e allora 50 dollari (che diventano 30 perchè un biglietto da 20 non viene accettato in quanto stampato nel 1977). Li utilizzeremo tra l’altro per una birra e per il bus che l’indomani ci porterà a destinazione.

Nel frattempo ci raggiunge l’ex prof di matematica di Jd con il quale si comincia il solito rito delle -proprio delle con la e finale- birre.

Rinuncio per una coca “tres froid” (illusione, ma lo sapevo già!). Li lascio parlare perchè anche se all’aperto nei locali non si può fumare e allora mi apposto sul bordo della strada di fronte ad una serie di capolinea di bus da una ventina di posti l’uno.

Il solito militare (uno qualunque ma sono tutti uguali con la mimetica, gli occhiali scuri anche se non c’è luce e l’indice appoggiato sul grilletto del kalasnikov) mi controlla da vicino.

Scruta ogni mossa e, solo dopo il passaggio di un capitano che mi saluta e col quale scambio due parole oltre ad un gentilissimo saluto, sembra divenire umano.

Per la verità poi, in tutta l’ora che sono rimasto lì, non ha mai smesso di tenermi d’occhio.

La popolazione sembra non superare un’età media di 30 al massimo 35 anni.
Degli altri (gli anziani?) nessuna presenza! Una marea di giovani donne belle, brutte, alte, basse, magre, un pò meno magre e con alcune caratteristiche fisiche tipiche ben in vista.

La loro capigliatura è un misto tra il taglio europeo, anche all’ultimo grido, e le tradizionali treccine per le quali -mi hanno spiegato- in alcuni casi passano fino a due giorni dal parrucchiere.

Anche i vestiti sono un misto mare. Alcune, soprattutto quelle che portano gli abiti tradizionali ma non solo, potrebbero tranquillamente sfilare in passerella. Altre no (ma questo succede in ogni parte del mondo!).

Certe donne indossano splendidi abiti dai tipici colori sgargianti. Altre ancora sono in abito da sera: lungo ed elegante(forse tornano o vanno ad un matrimonio).

Gli uomini, o meglio i ragazzi, sono tutti vestiti all’”europea” e spesso, mostrano con orgoglio l’etichetta, ancora cucita sulla manica della giacca e pronta a far leggere i nomi degli stilisti che le hanno firmate: Giorgio Armani, Cerutti, Versace e di altri grandi marchi europei con una netta prevalenza però di couturier italiani.

I mototaxi sono migliaia e spuntano da tutte le parti, così come i taxi anche se a Kigali, al contrario che a Bukavu, circolano molte auto private non di rado guidate da donne.

E’ uno spettacolo proprio bello soprattutto perchè si può ammirare in tutta tranquillità.

Qualcuno saluta e guarda di sottecchi. Alcuni bimbi sorridono tirando per il braccio la loro mamma che, a sua volta, guarda e sorride.

Col calare della luce (vale a dire poco dopo le 18) Kigali si illumina. Nessun problema di elettricità, anzi! Sembra quasi, esagerando un pò e senza dimenticare che Kigali è la capitale, di essere a Parigi.

Si cammina tranquilli sino al rientro in Procura dove, ben persuaso, Jd si lascia condurre a quello che sembrava essere un concerto e che invece si rivela essere una modesta festa di ringraziamento per i finanziatori di una piccola cappella costruita a lato della grande chiesa ed inaugurata pochi giorni prima.

Il parroco ci presenta come fossimo suoi vecchi amici che non vedeva da tempo, ci fa portare qualcosa da mangiare (uno spiedino niente male con patate alla griglia) e da bere (l’immancabile birra…tiepida o quasi).

In verità, siamo due estranei capitati lì per caso o quasi ma fanno di tutto per farci sentire dei loro e le chiacchiere si sprecano. Il sacerdote, elegante quarantenne, microfono alla mano, canta e balla: simpatica performance che intrattiene gli astanti.

La musica assomiglia un pochino a quella di Bob Marley mentre le parole sono per me incomprensibili (meno Jesus e Gloria). Ancora qualche minuto e la band mette a tacere gli strumenti sancendo la fine della festa che diventa un incontro.

Noi, reduci dal viaggio, salutiamo e ci precipitiamo in camera. Sono le 21:00. Alle 21.15 non si sentirà volare più nemmeno una mosca!

Musungu

…continua

Add to Google

Bookmark and Share

OkNotizietutto blog PaperblogW3Counter

Questa voce è stata pubblicata in Aksanti e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Musungu un anno dopo. Diario di viaggio 1ª parte

  1. Pingback: Musungu: diario di bordo in viaggio verso Bukavu | Aksanti

  2. Pingback: Bukavu, il grande ritorno | Aksanti

  3. Pingback: Bukavu: Hotel Orchids, il posto dei ricchi e non solo | Aksanti

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...