a volte si e’ pronti per scrivere ma…

Bella la storia di quell’albero dai fiori rossi. ancora piu’ bello il suo significato che pesca nella storia del congo. “potremmo farne il simbolo dell’iniziativa” concordano il rettore Joseph e Musungu Munene. “Facciamo un foglietto, ben fatto, e lo distribuiamo a chi arriva cosi’ che possa conoscerne la storia” prosegue Joseph, “pero’ come in israele c’e’ l’ulivo simbolo della pace, qui potremmo farlo diventare il simbolo della libertà”, rimbalza il musungu. E via di questo passo davanti al caffè, lungo anzi no lunghissimo della mattina. “Allora d’accordo, però tu oggi scrivi in italiano (o in francese se proprio vuoi) questo pezzullo” ordina quasi musungu al suo amico, ben sapendo che per la realizzazione potrebbero passare giorni. Il pezzo, in attesa del “pezzullo”, si costruisce nella mente di Musungu. Questa foto, anche questa, no questa è meglio della prima…

Poi… poi arriva Suor Marcellina, le petit diable. Il solito allegro saluto ma nel suo volto qualcosa non…quadra! I suoi occhi dicono che qualcosa non va!

A Ciherano nelle notti di venerdì e sabato hanno ucciso tre persone. Sono arrivati hanno rubato il possibile (poco) e l’impossibile, hanno ucciso e se ne sono andati portandosi via alcune donne.

Hanno rubato le batterie per i pannelli solari che costano 850 u$ l’una e che servivano per far funzionare il centro di Santè di kakono gestito dalle suore della resurrezione dove c’è un piccolo centro di maternità.

Ma… Ciherano non è lontano da qui! E’ a due ore di fuoristrada ma due ore di jeep vogliono dire 50 km, non di più. Questa volta, ma non è la prima, senti che non sei a 6.000 km e chissenefrega. Questa volta sei qui, accanto a loro. Anzi, magari senza saperlo, quelle donne e quei morti li hai anche conosciuti. Gli hai stretto la mano, hai risposto col tuo sorriso più bello al loro sorriso più vero.

Magari ti hanno guardato passare, incuriositi dalla tua figura, dai tuoi capelli lunghi e bianchi e li hai visti guardarsi tra loro interrogandosi silenti e stupiti.

Magari una di quelle donne era una di quelle che hai visto andare a messa quella mattina alle 6 a kabare con il bambino sulla schiena. o magari e’ quell’altra che ti si e’ avvicinata timorosa e che ti ha scambiato per il padre bianco che doveva arrivare il giorno prima e poi ha rinviato la sua partenza.

Magari…. magari….

Ma quei morti, quei rapimenti, quelle violenze, quei furti non sono magari. sono fatti. fatti reali che accadono nel mese di luglio 2011 a pochi km da qui.

Chi e’ stato, domando, gli interahamwe? il mio piccolo diavolo (che, devo ammetterlo, appena può mi vizia!) cerca una risposta poi, con il solito filo di voce, dice “molto probabile, ma qualcuno dice che sono stati gli stessi abitanti del piccolo villaggio a organizzare questa cosa facendoli intervenire perche’ questa volta hanno mirato la loro attenzione”.

Ma chi sono gli Interahamwe? queste “bestie” che vivono in foresta arrivano in un villaggio violentano, rubano, incendiano le case e se ne tornano più o meno tranquilli tra gli alberi portandosi dietro i poveri averi delle vittime?

letteralmente la traduzione di interahamwe dalla lingua Kinyarwanda (quella che si parla in Rwanda) vuol dire “coloro che attaccano insieme”. In realtà, come si può leggere bene in un pezzo di Peacereporter del 2004 questa gente -se tale la si può definire- era originariamente una milizia comandata da Munyagishari (arrestato alla fine dello scorso mese di maggio) e creata da Juvenal Habyarimana, l’ ex presidente di quello stesso rwanda dove gli interahamwe hanno compiuto il genocidio del 1994 (vedi anche questo articolo)

E allora…. e allora quando ti siedi davanti al computer, dopo qualche ora, non riesci più a scrivere di quell’albero e del suo splendido significato, dello splendore di quanto hai visto e vissuto solo ieri in un paesaggio talmente bello da lasciarti a bocca aperta.

Quell’albero rimane. Così come rimane la stupidità dell’essere umano, intesa nel senso più lato, e quel senso di impotenza che ti prende quando senti o vivi queste cose.

Cresce solo la voglia di giustificare quella giustizia popolare alla quale il Governo del Congo ha demandato la sua legalità.

Cresce solo la voglia di porre delle domande a chi di dovere ben sapendo che il Congo è al 180° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa e che le risposte saranno solo aria fritta, diarrea elettorale, incontinenza verbale!

Rimane l’albero e quel motto…”Restiamo Umani”, anche se a volte questa resistenza appare impossibile.

Musungu

E naturalmente ….che la terra sia lieve per quei poveri innocenti

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