Congo, Kabila corre da solo. Voto il 28: favorito il presidente uscente.

di Jacopo Arbarello

È di poche parole Emmanuel, un prete congolese della diocesi di Bukavu, all’estremo Est del Paese: «Nessuno qui vuole la guerra, chi la vuole o è un nemico o è uno straniero», ci dice.

Ma a migliaia di chilometri da qui, la campagna elettorale è finita nel sangue. Il 26 novembre, nell’ultimo giorno prima del silenzio elettorale, ci sono stati pesanti scontri che hanno provocato almeno quattro morti e alcuni feriti a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, che si appresta a votare per le elezioni presidenziali.

VIOLENZE NELLA CAPITALE. A scontrarsi per le vie della capitale sono stati i sostenitori del presidente uscente Joseph Kabila, al potere dal 2001, e quelli del suo principale rivale, Etienne Tshisekedi. Queste violenze raccontano bene la tensione che si vive in questi giorni, che precedono le seconde libere elezioni della storia del Paese dall’indipendenza a oggi.

Ma il Congo è enorme, più o meno ha le dimensioni dell’Europa occidentale, e quello che vale a Kinshasa non conta quaggiù nell’Est del Paese, dove ancora si vivono gli strascichi della lunga serie di guerre che hanno devastato il Paese dopo il genocidio in Rwanda nel 1994. Qui la campagna elettorale si è conclusa molto più timidamente, con una serie di caroselli per le strade e con le macchine dei vari candidati che mettevano musica a tutto volume per far ballare la gente e lanciavano gli ultimi slogan.

Kabila: «Non so chi vincerà, ma io non perderò»

Tutto questo si riflette nel conflitto elettorale. Stando a tutti gli analisti, ci sono pochi dubbi: il presidente uscente Joseph Kabila dovrebbe rivincere le elezioni previste per il 28 novembre. Uno dei suoi slogan, in campagna elettorale, è stato: «Non so chi vincerà, ma so che io non perderò le elezioni». E per tutto il Paese campeggiano suoi manifesti di sei metri per tre con su scritto che vincerà con il 100% dei consensi.

Joseph è il figlio adottivo di Laurent Kabila, l’uomo che a capo di una ribellione cacciò dal potere Mobutu Sese Seko, il dittatore che in 30 anni di regime cambiò il nome del Paese in Zaire e ne distrusse l’economia accumulando un’immensa fortuna.
Quando, nel 2001, il padre fu assassinato da una guardia del corpo, Joseph ne prese il posto e poi nel 2006 fu eletto democraticamente in elezioni condotte sotto l’egida dell’Onu.

AL VOTO 32 MILIONI DI CONGOLESI. Queste elezioni sono invece interamente organizzate dal governo congolese, che si è trovato ad affrontare problemi immani, come la registrazione di 32 milioni di votanti (sugli oltre 60 milioni di abitanti) o la distribuzione del materiale elettorale in un Paese che ha pochissime strade di collegamento interno.

«Kabila in questi anni di governo ha fatto poco, troppo poco», ci dice padre Franco Bordignon, che da 39 anni vive a Bukavu, uno dei pochi a non essersene andato neanche quando qua imperversava la guerra, «Kabila aveva promesso alla gente dell’Est che avrebbe fatto tornare la pace e la sicurezza in quest’area del Paese e invece da questo punto di vista non ha fatto nulla. Nella regione ci sono ancora diverse bande armate e per questo, qua in Kivu, Kabila non avrà il 95% dei consensi che aveva ottenuto nel 2006».

Undici candidati ufficiali, 450 partiti registrati

Ma le elezioni le vincerà lui, perché ha potuto usare risorse immense per la campagna elettorale e anche perché l’opposizione è troppo divisa per provare a combatterlo. «I candidati ufficiali sono 11», spiega Bordignon, «ma i partiti registrati ufficialmente sono ben 450, e nessuno vuole rinunciare alla proprie specificità. Protestano da mesi per i presunti brogli della commissione elettorale ma intanto non si sono messi d’accordo per fare un fronte unico e adesso perderanno».

E perché Kabila, in primavera, si è premurato anche di cambiare la costituzione abolendo il secondo turno, che era l’unica possibilità per un suo sfidante di provare a sopravanzarlo coalizzando tutti gli scontenti intorno a sé.

RIVALI DAL PASSATO PESANTE. Una mano a Kabila viene anche dai suoi principali rivali che non sono certo delle novità politiche, anzi, ognuno proviene da un pesante passato. Etienne Tshisekedi ha 79 anni, è stato il fondatore del primo partito di opposizione durante il regime di Mobutu, ma poi ne è stato anche primo ministro. Vital Kamerhe, anche lui accusato di essere stato mobutiano, ha poi fatto il ministro per Kabila prima di separarsene e uscire dal partito.

Infine, non ci sarà lo sfidante che costrinse Kabila al ballottaggio alle scorse elezioni, Jean Pierre Bemba: è in prigione in Europa attesa di una sentenza del Tribunale penale internazionale dell’Aja sui crimini di guerra commessi dai suoi uomini in Repubblica centrafricana.
L’analisi dell’anziano religioso italiano che vive da decenni in Congo è impietosa: «Le cose da fare qui in Congo sono tantissime, c’è da risistemare l’esercito, e da pagarlo, perché finché i soldati non sono pagati si comporteranno sempre come un gruppo ribelle e non penseranno a difendere la popolazione». E poi, aggiunge: «Ci sono da fermare le razzie e gli attacchi delle bande armate, e da mettere fine al saccheggio delle materie prime di cui fa le spese solo la popolazione, che resta nella miseria nonostante viva in una delle terre più ricche del mondo».

Bhiahti: «Con Kabila continuerà il saccheggio del Congo»

Padre Bordignon in realtà è meno pessimista di quanto voglia far credere e ci spiega che le guerre provocano danni ma portano anche dei cambiamenti inaspettati e a volte positivi.
Le nuove generazioni, ci dice, sono sì cresciute nella violenza ma hanno anche sviluppato una volontà e una rivendicazione di libertà e di autodeterminazione che i loro genitori non avevano.

La stessa analisi divisa tra la disillusione e la speranza ci viene da Jean Paul Bhiahti, un giovane padre barnabita congolese. «Vincerà Kabila e niente cambierà perché lui garantisce alla comunità internazionale di continuare il saccheggio del Congo. Ma qui nel Kivu e in tutto l’Est a votare per Kabila saranno solo gli anziani delle famiglie».

I GIOVANI CON KAMERHE. Secondo Bhiati, «i giovani hanno scelto di votare per Kamerhe, non perché lui sia davvero migliore o più nuovo, ma perché nelle loro teste rappresenta un cambiamento rispetto a quello che c’è stato finora. Però io sento tensione nell’aria, c’è tanta gente armata, l’esercito non è pagato da mesi e mi pare che nessuno voglia accettare di perdere».

Tutt’altra l’opinione di Aimée, un ragazzo che si è fatto 10 ore di viaggio ed è tornato apposta dal Rwanda dove lavora per venire a votare. Lui ci crede: «Vogliamo che le elezioni si svolgano in un clima sereno. Chi perde se ne va a casa e chi vince va al potere. La nostra gente ha bisogno di pace e poi di benessere. Finora siamo stati troppo stupidi e non abbiamo saputo sfruttare le nostre ricchezze. È ora che le cose cambino. E per farlo serve la pace».

Jacopo Arbarello per Lettera 43

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